ALCUNI
GIUDIZI SU MOHAMMED LAMSUNI:
“Mohammed
Lamsuni nei giorni scorsi, a Porta Palazzo, ci è andato con un pacco di
volantini. Lamsuni è un professore, una persona che riflette sugli avvenimenti
italiani e marocchini. È uno che frequenta i suoi connazionali per capire le
loro necessità e fa di tutto per aiutarli. Gratis. Ma frequenta anche gli
italiani, anche quelli impegnati in politica...”.
[La
Stampa, 17 maggio 2000]
“Lamsuni,
‘il professore’, come viene chiamato nell’ambiente degli immigrati
marocchini, è un personaggio speciale, unico. È un intellettuale puro, un
ribelle che paga con la lontananza l’impossibilità di tacere le proprie idee.
A Porta Palazzo, Lamsuni è un riferimento. Ma lo è, in generale, per chiunque
desideri comprendere il perché di certe tensioni o di certi atteggiamenti nella
comunità islamica. Lui – laico dichiaratissimo – ha sempre una spiegazione
plausibile. Lamsuni, che è facile incontrare dovunque si parli di un problema
che riguardi i diritti degli immigrati, è davvero un poeta
dell’immagina-zione...”
[La Stampa, 24 maggio 2003]
“Mohammed
Lamsuni, poeta e scrittore marocchino residente in Italia, descrive e analizza
la difficile condizione di vita degli immigrati del Sud e dell’Est del mondo,
attraverso la lente fedele di quel mondo nel mondo che è Porta Palazzo, nel
cuore stesso della Torino borghese e aristocratica. I due racconti di Lamsuni, Jennifer
e Stato di distrazione, rappresentano due situazioni di vita struggenti,
tragiche, due colpi d’occhio, portati con inclinazione pietosa e poetica,
sulle speranze, le umiliazioni e i lutti di questi nostri concittadini
extracomunitari...”.
[Passages,
n. 4, mag.-ago. 2003]
“Lamsuni,
ribelle e controcorrente, predica il pieno inserimento nella società italiana e
una visione laica e non clericale dell’Islam, ispirata al razionalismo
illuminato di Averroè”.
“Mohammed
stringe la mano agli amici venuti ad ascoltarlo. Volti noti, come la signora
Vera con i lunghi capelli biondo cenere e gli occhialini tondi che non perde una
conferenza sul mondo arabo, e sconosciuti. In fondo alla sala, in disparte,
siedono due agenti della Digos in borghese”.
[Francesca
Paci, p. 81 del sul recente libro L’islam sotto casa, 2005, nel 6°
capitolo dal titolo Mille e una notte d’Italia, la letteratura meticcia,
interamente a lui dedicato]
“Ci
è dispiaciuto molto non vederti all’incontro di Livorno, poteva essere per
noi una particolare occasione per ascoltare dalla tua viva voce i versi
straordinari del tuo Inno a Falluja. La tua poesia è un grido che
dilania le coscienze di tutti noi, la nostra opposizione al-l’occupazione
ingiusta dell’Iraq non ci permette comunque di sentire meno il peso delle
responsabilità del nostro Paese e di questo Occidente che continua a seminare
orrore e morte in nome del profitto e del potere. La poesia è uno strumento
forte della resistenza, ci piacerebbe che non ci fosse bisogno di scrivere versi
di reale disperazione ma fino a quando permangono situazioni così drammatiche
non si può fare altro che incentivare l’opera di artisti come te. L’Ernesto
ti chiede allora di resistere, di andare avanti e di ricordare che nel no-stro
piccolo ti stiamo accanto e ti sosteniamo nella tua battaglia verso la
liberazione.
[Redazione
de “l’Ernesto”, Roma, 3 feb. 2005, che nel numero del 4.04.2005
pubblica in prima pagina un pezzo dell’Inno a Falluja]