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Recensione su ‘L’eco del Chisone’:

 

“E’ difficile spiegarti, ma sappi che per me il cammino

 era più lungo che per voi e passava da altre parti”. Mario Luzi

 

Sugli anni Settanta non si possono pretendere libri rassicuranti. E’ già tanto se si oltrepassa la pianura pigra della grande rimozione. Ma se rifiutano di arruolarsi nell’esercito trionfante e dopato dei vincitori, gli sconfitti non possono che attendersi discese ardite e risalite, impervi scollinamenti del pensiero, lene affannate, solitari colpi di tosse, pedalate scomposte e sputi per terra.

Pur di non partecipare col suo silenzio alla grande rimozione, Piero Baral è di quelli che hanno preferito scegliere la salita, i nervi scoperti in privato, il ridicolo spettacolo della propria debolezza in pubblico, talvolta persino confessata con lo spirito isolato e profetico della provocazione giullaresca. E ora questo libro inquieto e inquietante.

“Un assemblaggio” - è stato detto - che ancora interroga, invece di somministrare le solite risposte, gli stereotipi collaudati dal linguaggio degli schieramenti sempre in lotta a tutela di identità intangibili e troppo poco sulla strada della ricerca a costo di perigliose sperimentazioni e umili contaminazioni.

Leggero e pacificamente dispettoso, il libro ci costringe a tornare sui tempi e sugli spazi di quel decennio che nel 1979 annunciava la propria conclusione con il licenziamento di 61 operai accusati di girare dalle parti della violenza e del terrorismo. Un anno dopo, con la spettacolare evidenza delle battaglie campali, la Fiat espulse con la cassa integrazione a zero ore 23 mila operai. Non ci fu verso di convincerla, neppure 35 giorni di presidi. L’Avvocato e Cesare Romiti vollero ripristinare con le buone o con le cattive le loro regole del gioco. Nel movimento sindacale furono battuti in un colpo solo i moderati e i radicali, gli antagonisti e i collaborativi, i conflittuali e i contrattualisti. Ma come investì quella vittoria l’azienda? Azzerato il conflitto operaio, Corso Marconi spense la luce che muoveva l’innovazione tecnologica e l’umanizzazione del lavoro. Spalancò le porte all’intensificazione della prestazione lavorativa. Operò come convinta che l’industria più efficiente e competitiva fosse quella dove gli operai stanno peggio. Illuse i contrattualisti che, finalmente liberi dal peso giurassico della lotta ad oltranza, si erano lanciati verso i territori della qualità e del sindacalismo partecipativo. Ma presto li deluse e li beffò quando le magnifiche sorti e progressive dell’automobile sono state travolte dal flutto indurato di altre ondate di licenziamenti. E or tutto intorno una ruina involve: Mirafiori sarà una grande area commerciale o una grande discarica? L’operazione è riuscita ma il paziente è morto. Il chirurgo è lì che studia come assistere i dolenti nella lenta eutanasia. Sergio Chiamparino, Mercedes Bresso e Enzo Ghigo sembrano tranquilli. Ormai è remoto il rischio che il crepuscolo della centralità industriale possa colorare il cielo con i bagliori rossastri e sinistri della rivolta operaia e metropolitana.

Un altro Piero (Fassino) ci spiega per passione che quell’epilogo era inesorabile. Come dargli torto? D’altra parte, le ristrutturazioni tecnologiche hanno desertificato i reparti e svuotato di diritti i movimenti sindacali nelle industrie automobilistiche di tutto il mondo. Ma a Torino c’era un’aggravante (o un’attenuante?). Spalleggiate da una parte della Cgil e dall’intero gruppo dirigente della Flm piemontese, le avanguardie tanto più isolate quanto più radicalizzate non vollero capire che quell’accordo era “un ragionevole compromesso” data la “strutturalità della crisi Fiat”. Essa non poteva essere esorcizzata come una manovra per normalizzare un sindacato ritenuto inaccettabile solo perché democratico, consiliare ed egualitario. Le cose andarono male perché gli operai non capivano, impigliati com’erano nelle spire del massimalismo o accecati dal primitivismo che alimentava sempre nuove teorie del complotto. Avvolto nel suo impermeabile bianco alla porta 9 di Rivalta, Piero Fassino questo pensava guardando i pacchi di volantini del Pci che nessuno volle distribuire perché parlavano di accordo vantaggioso per gli operai. Io capivo il dramma di Fassino e lo dico senza ironia: lui aveva scritto che l’accordo andava bene, ma lui era il primo a stare male.

Gli avversari di Fassino – gli allievi del sindacalismo conflittuale, per i quali la crisi era “congiunturale” e “politica” – oscillavano ieri ed oscillano oggi. In quegli anni attribuivano al sindacato un cedimento dopo l’altro. Quei “contratti-bidone”, nel pensiero di molti, sono diventati oggi le conquiste che il movimento sindacale – spesso disinvoltamente presentato come un’abusiva presenza burocratica – ha restituito concertando con la controparte la propria resa di fronte agli imperativi sistemici della competitività e delle compatibilità.

Contrattualisti e antagonisti fanno curiosamente risalire all’egemonia degli altri le responsabilità della scomposta ritirata e del declino che colpisce tutti i poteri del movimento sindacale. Due posizioni speculari. Piero Baral, che stava con gli antagonisti, sfugge alla tenaglia degli stereotipi, ma non sfugge al dubbio tragico delle dolorose riflessioni e dei disincantati bilanci. Non riconosce carattere strategicamente antagonistico a comportamenti operai ribelli che “giustificavano espropri sulla base di bisogni crescenti scaricando su terzi il compito di produrre e subire il torchio padronale”. Diffida di una mai incrinata civiltà dell’auto che vuole “pagare poco le materie prime, fregarsene dei consumi energetici e delle guerre del petrolio” mentre il barile della forza lavoro “è tenuto mezzo pieno di disoccupati e di precari” e mentre il lavoro stesso sta diventando non un diritto, ma un privilegio che ricostituisce omaggi a odiose gerarchie clientelari.

Il libro di Piero ci consegna un’altra domanda. Da dove viene la repressione? E’ proprio vero che i 61 sono stati espulsi perché la loro eresia rappresentava una minaccia per l’ordine produttivo, una malattia contagiosa di coerenza e di coraggio esemplare che andava tolta di mezzo per navigare tutti meglio in un mare di compromessi, di svendite e di molecolare asservimento al punto di vista avversario? Per decenni ci siamo baloccati con la consolazione di questo stigma che ci emarginava e perciò ci distingueva conferendoci un’identità capace di connetterci simbolicamente con la leggenda suggestiva degli anni duri. Da tempo io penso che dobbiamo liberarci di queste consolazioni inefficaci e finte. I 61 furono colpiti perché i loro – e nostri -  linguaggi barricaderi, militareschi e incendiari erano detestati dalla maggioranza degli operai. Ci avevano isolato proprio nel momento in cui le conquiste di potere sindacale e di controllo operaio della produzione avevano raggiunto il loro tetto. Mentre si moltiplicavano le differenze tra di noi, pensavamo di proteggere l’uguaglianza arroccandoci ringhiosamente a difesa dei posti e delle posizioni acquisite. Ci eravamo cacciati in un cul di sacco. Quei linguaggi erano incapaci di farci dialogare con i tanti soggetti smarriti che popolavano i reparti e che noi escludevamo con il nostro stalinismo all’acqua di rosa solo perché essi rifiutavano, con la loro moderazione, di concepire la loro vita in fabbrica come una lotta continua. Le gerarchie aziendali videro che quella nostra intransigenza era la maschera della nostra disperazione e del nostro isolamento. Utilizzarono il consenso silenzioso degli altri per colpire noi. Poi colpirono tutti gli altri e non ebbero più bisogno di mirare.

Radicalità o moderazione? Antagonismo o collaborazione? Forse sbaglio, ma i lavoratori sanno costruire e usare tanto i sindacati collaborativi quanto quelli conflittuali. Sanno scegliere e decidere. Sanno se e quando sfidare le vendette del sistema. A volte sono sempre gli stessi nel tempo. Davvero vogliamo gingillarci con la categoria dogmatica e parareligiosa della mutazione genetica quando osserviamo comportamenti che sconcertano o smentiscono le nostre ipotesi di scuola?

Delle nostre sconfitte non ci dobbiamo vergognare. Da esse io ho imparato che tra ciò che è giusto e ciò che è coerente, bisogna scegliere quello che sembra giusto. E lasciare perdere le identità smisurate e le verità distillate. Il domani, cioè quell’uguaglianza che si avvicina quando il bisogno di emancipazione incontra la scoperta dell’istruzione e della riflessione, non si conquista con un pugno sul tavolo, con un atto di volontà o con un gesto esemplare di rottura, ma solo con il tempo, dal basso e con gli altri.

 

P. BARAL, Niente di nuovo sotto il sole. I 61 licenziati Fiat preparano l’autunno ’80 e le fortune (?) dell’automobile, Prefazione di Diego Giachetti, Ponsimor Edizioni, Torino 2003, pag.169, euro 15.

 

Mario Dellacqua

(Da L'Eco del Chisone)

www.ecodelchisone.it

 

 


 

Niente di nuovo sotto il sole…

carta.org

Donato Antoniello

Piero Baral
Niente di nuovo sotto il sole…
i 61 licenziati FIAT preparano l’autunno ’80 e le fortune (?) dell’automobile
prefazione di Diego Giochetti,
[Edizioni PonSinMor, Torino 2003 Euro 15,00]

Il 9 ottobre 1979 le direzioni di stabilimento consegnarono a 61 dipendenti Fiat la lettera di licenziamento. La motivazione era generica e uguale per tutti e contestava “…un comportamento consistente nell’aver fornito prestazioni di lavoro non rispondenti ai principi della diligenza, correttezza e buona fede e nell’aver costantemente manifestato comportamenti non consoni ai principi della civile convivenza nei luoghi di lavoro”.
“Niente di nuovo sotto il sole…”, avevamo già assistito negli anni ’50 a questi atteggiamenti della Fiat nei confronti di una classe operaia sicuramente diversa da quella degli anni ’70, ma ugualmente conflittuale nella “Feroce” di sempre, così come gli operai indicavano gli stabilimenti Fiat.
E “Niente di nuovo sotto il sole” è il titolo del libro di Piero Baral, che è uno dei 61 licenziati e racconta quei licenziamenti indicandoli come la prima fase dell’attacco della Fiat in preparazione dell’autunno ’80 e la sconfitta dei 35 giorni e, insieme, preparano le fortune (?) dell’automobile.
Si era, racconta Piero, a sei anni di distanza dalla crisi del petrolio del ’73 che aveva avviato una decisa fase di ristrutturazione mondiale. La lotta per il contratto nazionale dei metalmeccanici del 1979 era stata particolarmente accesa, a Torino si era ricorso a blocchi stradali e forme di lotta urbana che avevano accentuato il carattere di ingovernabilità apparente del proletariato di fabbrica… Da parte della Fiat era in corso di avanzata realizzazione l’introduzione negli stabilimenti di tecnologie che davano vincente il padrone sul breve e “lungo” periodo… coi suoi operai, non certo con la crisi di sovrapproduzione su scala mondiale.
Una delle forme di lotta consisteva, in quel tempo, nella pratica della autoriduzione della produzione “… e tutto questo nella stagione in cui BR & C. con le raffiche delle mitragliette uccidono o feriscono personaggi scelti secondo un loro criterio come importanti per destabilizzare il potere; in realtà riescono – sostiene Baral – a far ricompattare a destra tutto il possibile”.
La scelta della Fiat di espellere i 61 era stata preparata da tempo e, come ricorda Romiti, “… prima di dare il via a quel provvedimento, avvertimmo i capi dei sindacati”, cioè i tre segretari nazionali, Lama, Carniti e Benvenuto.
Prima della consegna delle lettere di licenziamento, in tutti gli stabilimenti – ci riferisce il compianto Raffaello Renzacci da “Cento… e uno anni di Fiat”, i responsabili del personale convocarono membri degli esecutivi dei CdF. Il risultato di questo confronto aveva portato ad un ridimensionamento dei licenziamenti che inizialmente avrebbe dovuto essere circa 200. Questo obiettivo, e molto di più, la Fiat lo realizzerà di lì a breve.
Anche i giornali, in quel periodo, fecero il loro bravo dovere di cronaca e informazione con una campagna di criminalizzazione del clima di fabbrica che tendeva a mettere in relazione i 61 licenziamenti con il terrorismo.
Fu un periodo davvero cruciale che Baral analizza e descrive facendo parlare volantini, opuscoli e bollettini interni di fabbrica. A Marco Revelli, con il libro “Lavorare in Fiat” affida il compito di descrivere la nuova classe operaia così come si era venuta determinando in quegli anni. Baral ospita anche interventi di Loris Campetti de Il Manifesto, di Franco Milanesi e di Claudio Sabattini.
L’ultima parte del libro, di cui consiglio vivamente la lettura, è a mio giudizio la più interessante perché dà voce alle “Varie schegge biografiche” in cui si lascia la parola ad alcuni dei 61 licenziati, a Enzo Caiazza che nei giorni in cui arrivano le lettere dei 61 incontra Igor Staglianò e, dopo aver discusso con lui, stampa un volantino con il titolo “Siamo tutti licenziabili” per far capire che il vento era mutato, che nubi fosche si addensavano su tutti. Dopo pochi mesi, nell’ottobre ’80, Torino registra la sconfitta dei 35 giorni e la marcia dei 20.000 (poi detta dei 40.000) capeggiati dal cavalier Arisio.
C’è, tra le “schegge”, la storia di Angelo Caforio che continua a combattere anche dopo il licenziamento e che, oggi, dopo un ininterrotto impegno sindacale “… cerca di dedicare il maggior tempo possibile ai suoi bambini e alla sua compagna”.
E poi Pino, che ritiene necessario ora arrivare ad una nuova Internazionale Comunista su basi certamente nuove.
C’è Ines Arciuolo che va a lavorare in fabbrica per scelta. Lavora prima in una piccola officina ma poi, in Fiat dice: “…Per me entrare in Fiat era come passare dalla scuola superiore all’università”. Dopo il licenziamento lavora per cinque anni in Nicaragua (un posto allora a cui facevano riferimento alcuni dei 61). Ritorna a Torino nell’88 e nel 1993 inizia a lavorare per una cooperativa come educatrice in una comunità psichiatrica. Qui finisce “mobizzata” in seguito ad alcune sue contestazioni sulla gestione e sui “compagni” e allora “… al bisogno di bello che sentivo nella fase più acuta di quell’infame situazione di mobizzata, per controbilanciare il brutto che mi circondava, mi iscrissi al Primo Liceo artistico e nel ’99 mi diplomai”.
E poi i ricordi di Rossi Licio, Pasquale Salerno e…infine la singolare storia di Piero Baral al quale va riconosciuto il merito di aver ripreso un pezzo di storia dimenticata, esautorata dalle vicende e dalle note conseguenze dei 35 gironi dell’80.
L’argomento sollevato dal libro di Baral è “storico” nel senso pieno del termine, afferma nella prefazione Diego Giochetti, rappresenta uno snodo di una vicenda ricca e intensa del movimento operaio italiano che si è conclusa.
Oggi Torino tende a dimenticare queste storie ma una parte di essa vive ancora quei licenziamenti con sensi di colpa che puntualmente riaffiorano e creano lacerazioni e sofferenze profonde come quelle che ha provocato ai 61.
Ancora oggi qualcuno di loro si chiede: “Ma perché proprio io?”.


 

su cassandrarivista.it

Piero Baral, Niente di nuovo sotto il sole… I 61 licenziati FIAT preparano l’autunno ’80 e le fortune (?) dell’automobile, Prefazione di Diego Giachetti, Edizioni PonSinMor, Torino 2003, Euro 15,00,

Il 9 ottobre 1979, a Torino, le direzioni di stabilimento consegnarono a 61 dipendenti Fiat una lettera di licenziamento. La motivazione era generica e uguale per tutti e contestava "…un comportamento consistente nell’aver fornito prestazioni di lavoro non rispondenti ai principi della diligenza, correttezza e buona fede" e "nell’aver costantemente manifestato comportamenti non consoni ai principi della civile convivenza nei luoghi di lavoro".

Torino aveva già assistito negli anni ’50 a questi atteggiamenti della Fiat nei confronti di una classe operaia sicuramente diversa da quella degli anni ’70, ma ugualmente conflittuale nella "Feroce" di sempre (così gli operai indicavano la Fiat).

Niente di nuovo sotto il sole è il titolo del libro di Baral, che fu un operaio FIAT per tre anni nello stabilimento di Rivalta, dal 1976 al 1979, anno in cui fu licenziato assieme ad altri suoi compagni di lavoro di allora e che racconta quei licenziamenti indicandoli come la prima fase dell’attacco che la FIAT stava preparando in vista dell’autunno ’80 e della sconfitta - dopo 35 giorni di lotta che, insieme, prepararono le fortune (brevi, come sappiamo con il senno di poi) dell’industria automobilistica torinese.

"Si era - racconta Piero - a sei anni di distanza dalla crisi del petrolio del ’73 che aveva avviato una decisa fase di ristrutturazione mondiale. La lotta per il contratto nazionale dei metalmeccanici del 1979 era stata particolarmente accesa, a Torino si era ricorso a blocchi stradali e forme di lotta urbana che avevano accentuato il carattere di ingovernabilità apparente del proletariato di fabbrica… Da parte della Fiat era in corso di avanzata realizzazione l’introduzione negli stabilimenti di tecnologie che davano vincente il padrone sul breve e ‘lungo’ periodo".

Una delle forme di lotta consisteva, in quel tempo, nella pratica dell’autoriduzione della produzione "…e tutto questo nella stagione in cui BR & C. con le raffiche delle mitragliette uccidono o feriscono personaggi scelti secondo un loro criterio come importanti per destabilizzare il potere; in realtà riescono – sostiene Baral – a far ricompattare a destra tutto il possibile".

La scelta della Fiat di espellere i 61 era stata preparata da tempo e, come ricorda Cesare Romiti (allora amministratore delegato dell’azienda) "prima di dare il via a quel provvedimento, avvertimmo i capi dei sindacati", cioè i tre segretari nazionali di CGIL, CISL e UIL, cioé Lama, Carniti e Benvenuto.

Prima della consegna delle lettere di licenziamento, in tutti gli stabilimenti i responsabili del personale convocarono i membri degli esecutivi dei Consigli di Fabbrica. Il risultato di questo confronto aveva portato ad un ridimensionamento dei licenziamenti che - inizialmente - avrebbero dovuto essere circa 200. Questo obiettivo la Fiat lo realizzerà di lì a breve.

Anche i giornali, in quel periodo, fecero "il loro dovere" con una campagna di criminalizzazione del clima in fabbrica che tendeva a mettere in relazione i 61 licenziamenti con il terrorismo.

È un periodo davvero cruciale quello che Baral analizza e descrive "facendo parlare" volantini, opuscoli e bollettini interni di fabbrica. L’A. utilizza anche i lavori di Marco Revelli (Lavorare in Fiat), per descrivere la composizione della classe operaia di quegli anni ed ospita gli interventi di Loris Campetti de il manifesto, di Franco Milanesi e di Claudio Sabattini.

Pochi mesi dopo, nell’ottobre ’80, Torino registra la sconfitta dei 35 giorni di lotta degli operai FIAT che si chiude con la marcia dei 20.000 "capetti" (detta poi "dei 40.000" nella mitologia padronale) capeggiati dal cavalier Arisio.

L’ultima parte del libro ospita "varie schegge biografiche" in cui lascia la parola ad alcuni dei 61 licenziati. A Piero Baral va riconosciuto il merito di aver ripreso un pezzo di storia dimenticata, "superata" dalle vicende e dalle conseguenze di lungo termine di quella storica sconfitta operaia del 1980.

Come giustamente sostiene Diego Giachetti nella sua introduzione, che in poche pagine riesce a descrivere efficacemente l’epoca, il contesto e il comportamento dei protagonisti, l’argomento del libro di Baral è "storico" nel senso pieno del termine, in quanto rappresenta un momento importante della vicenda ricca e intensa del movimento operaio italiano conclusasi, appunto, negli anni ’80. Oggi Torino ha dimenticato questa storia, ma una parte di essa la vive con sensi di colpa che puntualmente riaffiorano e creano lacerazioni e sofferenze profonde come quelle che ha provocato ai sessantuno.

Donato Antoniello

 

 


Niente di nuovo sotto il sole...

Sottotitolo: I 61 licenziati FIAT preparano l'autunno '80 e le fortune (?) dell'automobile
Autore: piero baral
Casa Editrice: Edizioni Pon Sin Mor - Piazza Rebaudengo 3/11 - 10
Scheda libro:

http://www.lacaverna.it/public/libri/libri_read.php

 

Fa piacere percorre le strade dei ricordi. Fa incazzare continuare a vedere gli atteggiamenti, le miserie e le nostre scelte che ci hanno aiutato a perdere. Fa sperare che l'essenza delle cose (vita, lotta, amicizia, amore, ....) venga colta. Dalla premessa: "....L'elemento con numero atomico 61 è il Promezio della serie dei Lantanidi, definiti "sconosciuti" e "radioattivi". Promezio deriva il suo nome da Prometeo. Nella mitologia greca punito dagli dei perchè rubò il fuoco per restituirlo agli uomini...." € 15.
[Rif. 11] Segnalato in data: 20 Gennaio 2004 da: caruso.gianni@libero.it   

 

 


I cicli della vita di fabbrica nel libro di Piero Baral

La nostra speranza è la storia

Niente di nuovo sotto il sole,

s’intitola il libro di Piero Baral, dedicato ai 61 licenziati della Fiat nel 1979*. Il titolo allude molto chiaramente al libro dell’Ecclesiaste (Qoelet), lo scritto da annoverare tra le più affascinati e dibattute meditazioni sulla storia umana. Il libro Niente di nuovo sotto il sole affascina pure non poco. Non è il fascino che esercita un romanzo ben costruito o una poesia ricolma di emozioni. Il suo carisma sta prima di tutto nella narrazione di un percorso collettivo, fatto di esperienze particolarmente forti, al quale il nostro autore ha partecipato in prima persona. Nella premessa al volume, Baral trova un nesso casuale tra il numero 61” e la tavola di Mendelejev, in cui “L’elemento con numero atomico 61 è il Promezio (…). Promezio deriva il suo nome da Prometeo. Nella mitologia greca punito dagli dei perché rubo il fuoco per restituirlo agli uomini”. A questo riferimento chimico - mitologico segue la precisazione: “Non c’era Prometeo fra i 61, semmai esemplari variegati di operaie e operai che non potevano più essere tollerati dalla nuova organizzazione che si era data la Fiat”. Mettendo da parte i riferimenti chimici e mitologici, penso di poter fare in ogni caso una considerazione teorica sul libro di Baral. Dal punto di vista biblico la storia umana è lineare; gli eventi quindi non si ripetono ciclicamente, al contrario di tutto ciò che accade nella natura e nella mitologia. Lo storico ma anche l’esegeta sanno però che la grande narrazione è, in sostanza, una serie di storie minuscole, talvolta presentate in maniera parziale. Piero Baral riporta dunque alla luce un minuscolo studio del passato che fa parte della grande Storia, le cui conclusioni neanche adesso sono definitive. Il fascino del libro è legato anche alla sua forma. Il volume contiene una notevole quantità di documenti dell’epoca difficilmente reperibili. L’affermazione vale soprattutto per volantini e bollettini interni del 1979, trascritti fedelmente dall’Autore. Numerose vignette satiriche danno al volume un tocco di leggerezza. Completano il lavoro le “varie schegge biografiche”, come le chiama Baral stesso, riservandosi la scheggia più voluminosa. Leggendo il volume, è difficile trattenere la commozione davanti a un singolare e, al tempo stesso, tipico intreccio tra storia individuale e quella collettiva. *P. BARAL, Niente di nuovo sotto il sole. I 61 licenziati FIAT preparano l’autunno ’80 e le fortune (?) dell’automobile, Edizioni PonSin Mor, Torino 2003, pp. 169. 

 

Pavel G.

su Riforma il 2 gennaio 2004

 

 

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